Archive for February 27th, 2007

SEO white hat o SEO buonista?

Mi sono appassionato al tema di un post di Nicola Riva, e soprattutto ai commenti che ha ricevuto, anche ad un anonimo che è comparso e che Nicola ha, probabilmente giustamente, cancellato (per pura fortuna l’ho beccato on-line, stavo vedendo se qualcuno aveva commentato dopo di me).

Nicola lamenta giustamente di essersi trovato a lavorare su un sito dopo un lavoro di “bassa lega”; temo che a chi gira nel settore da un po’ di anni sarà capitato lo stesso, magari anche con siti bannati, con il necessario rito della supplica di re-inclusion request alla grande G.

Nel commento “anonimo” si evidenziava come anche rinomate società come Madri insegnino nei loro corsi tecniche non proprio White Hat:

> Doorways e Welcome Pages: cosa sono, come funzionano e a cosa servono.
> Come, quando e perche’ utilizzarle per migliorare il posizionamento del
> proprio sito: esempi e dimostrazioni pratiche.

> * La “lista della spesa” per chi fa Black-Hat: gli strumenti, le tecniche
> e le soluzioni piu’ “estreme” per chi vuole “entrare nel lato oscuro” del
> posizionamento.
> * Contenuti Black Hat e Filtri Anti-duplicazione: strategie e tecnologie
> “estreme” per creare tonnellate di pagine web appetibili per i motori di
> ricerca e “semi-credibili” per l’occhio umano.
> * Cloaking Estremo: le nuove frontiere del cloacking dinamico per creare
> centinaia di siti e pagine ottimizzate in poco tempo (rischi e opportunita’)

Dal mio punto di vista niente di male per carità, anzi…
Però ogni tanto vedo in giro tanto buonismo in chi fa web marketing, da farmi pensare con il sorriso alle parole di Greg Boser, in particolare alla sua definizione di SPAM, più volte ripetuta a conferenze etc.

Search Engine SPAM is a Site Positioned Above Mine

Un punto di vista che mi sembra molto ragionevole sul Search Engine Spam è che una attività sia tale solamente quando è fuorviante per gli utenti, ovvero porti a doorway o landing page che in realtà:

  • non sono rilevanti per l’utente
  • coprono keywords non davvero collegate al sito promosso.

Alla volta sembra quasi ci sia una paura da parte di certe persone, di inquinare Google, come ad esempio in questo interessante post di Marco, non capisco se dettato da un vero scrupolo personale (come credo sia il suo caso) oppure se da una calcolata strategia o da una questione di opportunità.

Mi ricordo che soprattutto qualche anno fa, quando si andava ad eventi come Webbit ci si trovava a frequentare i propri seminari e quelli di amici, conoscenti e concorrenti, per vedere un po’ cosa succedeva in giro, e che un po’ tutti si aveva l’atteggiamento del “io lo dico che poi qui ci metti un JS però poi non è che lo raccontate ai motori eh…”, oppure anche la paura da parte di qualcuno di condividere chissà quale segreto incredibile :-)

Non vorrei che l’idea di fondo di un SEO white-hat, cioè che se lavori con un buon sito, curato, che dia contenuti ai propri utenti, alla fine verrai premiato dai motori, rischi di diventare un atteggiamento buonista, della serie “no dai non inquiniamo Google, che è di tutti”. Più che altro perchè poi non è di tutti e sono Larry e Sergey che nel 2006 hanno fatto 10 miliardi di dollari…

Di mio penso che:

  • da un lato si può essere cinici e che con 10 miliardi di dollari se non lo possono risolvere loro il problema perchè lo devo fare io gratis
  • dall’altro effettivamente finchè io sono rilevante per quelle ricerche (ad ex. perchè quel prodotto lo vendo) fa parte della natura del commercio fare tutto il possibile per battere il mio concorrente, nel limite del lecito però non di quello che decide una terza parte, parzialmente coinvolta perchè riceve soldi sia da me che dal concorrente.

In media infatti i contendenti sul traffico naturale lo sono anche per il PPC. Se poi questo modo di pensare sia black-hat o grey-hat, io non saprei, voi che dite?

Tutto sommato, poi, grey-hat non è una definizione già di per sè “cerchiobottista”?

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2 comments February 27th, 2007


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